Racconto: Strawberry Point

Racconto in 40.000 caratteri circa, stramberia ironica multigenere soprannaturale e inclassificabile sul mondo della scrittura (mindfuck).


Lasciate che mi presenti, amici: mi chiamo Tristano Tristone e sono uno scrittore. Sì, lo so cosa state pensando: “che nome del cavolo”, se siete educati, come me; “che nome del ca**o”, altrimenti.

Da piccolo chiedevo ai miei perché mai mi avessero dato un nome così simile al mio cognome: «Mah, piaceva alla nonna…», rispondevano evasivi. In realtà non ho mai capito come avessero potuto fare una scelta del genere. Colpa di mio padre, di certo – mamma non si sarebbe sognata di scegliere il nome per me, l’unico, adorato, figlio di papà – ma lo perdono, pover’uomo: in fondo è stato lui, lui farmacista dilettante e genio dell’imprenditoria, a mettere a punto, nel settantatre, la famosa formula della pomata Tristone che tante gioie mi avrebbe poi regalato. Ebbene sì, cari amici, sto proprio parlando di lei, la miracolosa crema per la cura delle emorroidi, leader mondiale del settore, due milioni di tubetti l’anno venduti in quarantanove paesi diversi.

Povero papà, lui che dal devastante ictus dell’ottantotto vive in sedia a rotelle con la testa tutta piegata a sinistra. Costretto a passarmi la proprietà e la presidenza dell’azienda, ora conduce la sua esistenza di larva passando dal letto alla TV, con, come unico svago, l’occasionale sosta in bagno.

La mia vita non potrebbe andare meglio, invece. Senza voler esagerare, posso dire di aver avuto tutte le fortune: bellezza e intelligenza sopra alla media, ottima salute; soldi, tanti ovviamente, e, da due anni a questa parte, una moglie bellissima – i maligni dicono che mi abbia sposato solo per il denaro, ma all’invidia e alle cattiverie degli altri non presto certo attenzione. È lei che si occupa di tutto, in azienda: a me le emorroidi onestamente fanno senso, e preferisco starci ben lontano. Angela, invece, nonostante il fisico da modella e la spensieratezza dei vent’anni, non ha problemi a passare giornate intere davanti ai libri contabili, a contattare i fornitori, a preparare il materiale per le presentazioni. Tutto nell’ombra, ovviamente, visto che il presidente, quello che firma le carte e che sorride nella pubblicità TV, sono io.

E così, mentre Angela è in ufficio, io passo le mie giornate dedicandomi ai miei hobby preferiti: il giardinaggio e la scrittura. Sono cinque anni che lavoro al mio primo romanzo, Vita di Jimmy, di cui ho già scritto quarantun capitoli. Mamma dice che è bellissimo, e un grande gruppo editoriale, di cui per ovvie ragioni non posso fare il nome, ha già espresso interesse per la sua pubblicazione: sarà un best seller, mi assicura il mio editor, che mi visita ogni settimana per sollecitarmi a finirlo.

Vita di Jimmy parla di James Earl Robertson, Jimmy appunto, un adolescente del Midwest degli Stati Uniti che vive in una fattoria andata in malora a Crapton, cittadina fittizia del Nebraska meridionale nota per i suoi bulli e i suoi tornado, assieme alla sua famiglia di casi umani: il padre alcolizzato, la madre ritardata, il nonno stupratore, la nonna violenta, le zie prostitute, gli zii appena usciti di galera e una vasta gamma di fratelli, sorelle e cugini devastati dalla povertà, dalla droga, dalla violenza e dalle tare ereditarie dovute a una promiscuità senza limiti.

Vita di Jimmy, cinquanta capitoli e due milioni di caratteri, vuole mostrare la crudeltà della vita in tutte le sue forme. Jimmy è buono, buonissimo. Non farebbe mai male a nessuno, eppure la quantità di sofferenze che gli vengono inflitte è a dir poco terribile: i bulli lo picchiano, i parenti lo stuprano, le ragazze gli sputano addosso, i vicini lo prendono a sassate; anche i tornado, favoriti dalla conformazione del terreno, puntano sempre dritti verso la misera fattoria dei Robertson.

È un’opera dura, tragica ma necessaria, in questo mondo dove tutto sembra sempre andare di male in peggio: non lo dico solo io, lo dice anche il mio editor.

*

Un giorno bussano alla porta, apro e mi trovo davanti un ragazzo con un’aria vagamente familiare. Piccolo, magrolino, bruttarello e malvestito, mi guarda da sotto in su.

«Sì?», faccio, sforzandomi di essere educato.

«Signor Tristone, posso parlarle un attimo, per favore?», mi chiede lui, con una vocina stridula e un forte accento americano. Mannaggia, penso, mi sembra proprio di conoscerlo: già, rifletto, assomiglia proprio tanto a… a…

Trasalisco, portandomi una mano alla bocca.

«Oddio, Jimmy?!», chiedo, stupefatto.

Lui mi guarda con aria grave. «Sì signor Tristone, sono io», dice aprendo la camicia e mostrandomi il torace. La mia bocca si spalanca per lo shock: è lui, è il mio Jimmy! Tutto, tutto corrisponde: l’orrenda bruciatura a forma di ferro da stiro inflittagli da Grandma Molly, quel famoso giorno in cui si è dimenticato di comprarle le birre; la quarta costola destra perennemente incrinata, rotta a bottigliate da zio Steve durante la visione di una partita di football andata in malora; i morsi di Ol’ Bastard, il cane dei Thompson, che i suoi crudeli vicini non esitano ad aizzargli contro mentre va a scuola – inconfondibili per via dell’incisivo mancante, perso per una pallottola durante una partita di caccia allo scoiattolo.

«Posso… toccarti?», chiedo passando dita tremanti sulla gigantesca cicatrice a forma di pneumatico, perenne e indelebile ricordo dell’ultimo quattro luglio, nel quale Grandpa Joe, ubriaco marcio e praticamente cieco, dopo sessant’anni di moonshine al metanolo, sparava in aria cantando Star spangled banner a squarciagola e tentando di investire Jimmy col furgone. La precisione dei dettagli mi fa girare la testa: tutto corrisponde, in quella cicatrice, finanche alle bolle verdognole dovute alla cauterizzazione con la benzina operata da Tom “Testadicrank” Wheezer, l’ex veterinario tossicomane davanti al cui trailer i Robertson hanno scaricato Jimmy, gettandolo giù dal cassone del furgone, quando si sono accorti che il loro passatempo preferito stava per morire.

E poi ci sono i tagli, le bruciature tonde delle sigarette dei bulli… Potrei stare lì per ore, ad ammirare quel corpo martoriato: dietro a ogni segno c’è una storia.

«Jimmy…», mormoro tra me e me.

Ora, cari lettori, vi aspetterete forse che, trovandomi davanti al mio personaggio, scappi a gambe levate per andare a chiudermi in un manicomio per schizofrenici. Ma dovete sapere che io al soprannaturale ho sempre creduto, in quanto nella mia vita sono successi diversi fatti strani, al limite dell’inverosimile, che mi hanno spesso fatto pensare di essere un predestinato, una persona speciale, uno a cui le leggi della logica e della scienza non sempre si applicano: ad esempio, nel novantanove, in Portogallo, ho deciso di tentare la mia fortuna a una prestigiosa lotteria nazionale, giusto per vedere quello che sarebbe successo.

E ho vinto.

Nel duemilacinque, in Argentina, l’aereo su cui viaggiavo si è schiantato contro il terminal dell’aeroporto: sono morti tutti, tutti tranne me. Non solo non mi sono fatto nulla – nemmeno un graffio – mentre l’equipaggio e gli altri cinquantasei passeggeri sono esplosi nell’impatto o bruciati vivi pochi minuti dopo – ma la compagnia aerea mi ha pure elargito una somma colossale per il disturbo.

Insomma, a causa di tutto questo, e di tante altre storie simili, che ora non sto a raccontarvi, oggi non ho troppi problemi ad accettare che il ragazzo sul mio uscio sia proprio il mio Jimmy: averlo davanti, poterlo vedere e toccare, non può essere paragonato a nulla di meno che a una vera e propria esperienza mistica – il suo corpo è la materia grezza, il marmo su cui io, io scultore rinascimentale, ho scolpito il mio capolavoro a colpi di martello.

«Jimmy…», balbetto ancora, sentendomi rapire dalla bellezza e dal potere trascendentale dell’arte. Poi lui si chiude la camicia e io vengo preso da un improvviso moto di simpatia nei suoi confronti, gli passo un braccio attorno alle spalle e me lo porto in casa.

«Jimmy, ragazzo mio, come stai?», gli chiedo facendolo accomodare sul divano.

«Eh insomma…», fa lui con un sospiro, «Come vuole che vada, signor Tristone? Come sempre.»

Gli batto una mano sulla spalla. «Su, su, adesso ti faccio una cioccolata.»

È la sua bevanda preferita: nessuno gliene ha mai offerta una, ovviamente, ma quando zia Barb, che ne va ghiotta, finisce di cucinarsela, si diverte a tirargli addosso il pentolino arroventato, recipiente dal quale lui poi lecca i rimasugli.

Jimmy sorride. «Grazie», dice semplicemente.

«E… Come hai fatto ad arrivare qui?», gli chiedo mentre raccolgo gli ingredienti per la bevanda.

«Ero nei campi a mietere le pannocchie, quando è apparso un signore vestito di rosso.»

«Ok…»

«Mi ha spiegato che sono il protagonista di un libro e che mi avrebbe fatto incontrare il mio creatore. Alla fine ha schioccato le dita e mi sono ritrovato qui, davanti a casa sua.»

«Ah!», faccio. Mi chiedo chi sia questo signore vestito di rosso. Dio?

«Quindi», continuo, «tu non lo sapevi proprio, che eri un personaggio?»

Jimmy scuote la testa.

«No.»

«E che effetto ti ha fatto», chiedo curioso, «scoprire che vivi in un romanzo?»

Il ragazzo alza due occhi seri su di me. «Onestamente, signor Tristone, ho pianto dalla felicità.»

«Davvero?»

«…Perché non ho mai capito cosa non andasse in me! Come fosse possibile che tutto, tutto mi andasse sempre storto. A scuola sono bravino e i professori mi odiano, aizzano i bulli contro di me e si girano teatralmente dalla parte opposta quando mi picchiano. Mai una volta, mai una sola, che qualcuno sia stato gentile con me. Un giorno aiuto la signora Oldfield a attraversare la strada, e quella mi spacca l’ombrello in testa. Perché? Perché?»

«Effettivamente…», mormoro. La sua non è certo una vita facile!

Gli faccio un sorriso comprensivo. «Eh Jimmy, non sei finito nel migliore dei libri, questo è poco ma sicuro.»

Lui abbassa la testa e nasconde il viso tra le mani.

«Senta, signor Tristone,» dice grave, «avrei una cosa da chiederle. Una. Poi giuro che sparisco e torno nel mio romanzo.» «…Nel suo romanzo», si corregge.

«Ok…», faccio io, incuriosito, mettendo via il pentolino della cioccolata.

«Non è che potrebbe darmi un giorno, uno solo, di felicità?»

Sgrano gli occhi.

«Guardi,» continua lui, prima che possa rispondergli,  «lo so che il libro andrà a finire male. Ormai l’ho accettato, e sono pronto ad andare sereno verso qualunque orribile fine abbia in serbo per me. Però vorrei tanto, tanto, tanto avere un giorno di felicità. Uno, uno solo.»

«Non chiedo niente di più», aggiunge con voce lacrimevole, «Giusto per sapere cos’è, la felicità. Un giorno.»

Io non so che dire, sono senza parole, lo studio ammutolito. «Poi guardi,» lui aggiunge, «onestamente credo che farebbe bene anche al suo romanzo… Con tutto il rispetto, ma credo che abbia un po’ esage…»

Alzo una mano, lo interrompo.

«Jimmy», gli dico, fermo, «Piano.»

Lui alza il volto.

«Senti,» gli spiego paziente, «ti ho accolto in casa, ti ho offerto la cioccolata. Sei il mio personaggio, ti voglio bene.»

«…Infatti le sono davvero grato, signor Tristone», dice lui.

«E vorrei vedere!», ribatto. «Non so se l’hai notato, ragazzo mio, ma nessuno ti ha mai trattato così. Puzzi, puzzi come puzza tutto quello che passa in quel buco lercio che chiamate casa, eppure ti ho fatto sedere lo stesso sul mio divano preferito.»

Jimmy mi guarda in silenzio, non osa parlare. Io cerco di calmarmi, anche se, onestamente, sono piuttosto irritato.

«Insomma, mi stai simpatico, sei la mia creatura e averti in casa è davvero un privilegio per me. Però non dimenticarti che io sono lo scrittore, e tu il personaggio. Quello che capita e non capita nella mia storia lo decido io. Non tu.»

«Ma…»

«E poi, che cosa vuoi saperne tu, di come si scrive?», aggiungo alzando le spalle.

«Ma signor Tristone, non può andarmi sempre tutto male! Non è verosimile, è troppo esagerato!»

Sbuffo e lui continua senza prestarmi attenzione, con la sua irritante vocina stridula: «Non è possibile che non abbia mai avuto un po’ di felicità in tutta la mia vita, che tutto mi vada sempre male! Mai una volta che mi sia successo qualcosa di bello.»

«Non è vero!», lo interrompo. «Ad esempio…». Cerco mentalmente qualcosa, ma in questo momento non mi viene in mente nulla.

Ci penso su, poi ricordo: «Ad esempio, capitolo ventidue: il tornado sembrava venire dritto contro la fattoria, e all’ultimo momento ha deviato verso la casa dei Thompson. Non sei stato contento, quella volta?»

«Sì, ma per dieci minuti!», sbotta lui, «Poi quelli, per vendicarsi, hanno preso le torce e ci hanno bruciato la casa!»

La conversazione mi spazientisce, onestamente questo Jimmy inizio a non sopportarlo più. Che la smetta di invadere i miei spazi e se ne torni da dove è venuto.

«Jimmy, vedi di stare al tuo posto…», dico, poco amichevole.

Lui continua senza prestarmi attenzione. «Papà regala il fucile a pompa a mia sorella Birdie, e lei cosa fa, invece di prendersela coi cani della prateria? Me lo punta addosso e inizia a sparare.»

Alzo le spalle: «Ti odia, Jimmy, tutto qui.»

Lui mi mostra il palmo della mano aperta.

«Cinque anni aveva, cinque», dice.

Sbuffo, cerco di controllarmi.

«Senti Jimmy,» gli faccio, «è inutile che stiamo qui a discutere: la tua vita è una tragedia e lo sappiamo tutti e due.»

Gli poso una mano sul braccio: «Ma è proprio questo che fa di te una persona speciale, capisci?»

Lui mi osserva, poco convinto.

«Al contrario del novantanove virgola nove percento della gente, la tua non sarà una vita inutile:», gli spiego, «ogni tua sofferenza, ogni vessazione, ogni crudeltà serve a spiegare a tutti quanto l’umanità sia corrotta, quanto il mondo faccia schifo, quanto la società sia marcia.»

Stringo il pugno.

«La gente piangerà per te, Jimmy!»

«Ma non ha senso!», sbotta lui. «Anche Jenny “Spazzatura” Simmons se la prende con me! Pesa cinquecento libbre, la sfottono e la picchiano dalla mattina alla sera: almeno lei non dovrebbe essere un po’ più amichevole?! La buttano nel fango, le camminano sopra, io le porgo la mano per rialzarsi e lei mi prende a calci e mi denuncia allo sceriffo Rickard per tentata violenza… Non è normale!»

«Ah!», rido io, vedendo fino a che punto Jimmy non capisce nulla, ma proprio nulla, di scrittura.

«Jenny “Spazzatura” è un personaggio importantissimo!»,  urlo arrabbiato, sbattendo un pugno sul tavolino. «Serve a mostrare quanto siamo cattivi: anche i bullizzati, anche le vittime più infime infieriscono sui più deboli, se riescono a trovare qualcuno che sta sotto a loro! Solo l’ultimo degli ultimi, il fondo del barile, colui che non ha nessuno con cui prendersela, subisce e basta!»

«Cioè tu!», gli grido in faccia, puntandogli un dito – tremolante per la rabbia – dritto in mezzo agli occhi.

Infuriato, ansimo ancora.

Jimmy mi guarda per un secondo, poi gli occhi gli si riempiono di lacrime, abbassa la testa e si mette a piangere, quasi in silenzio, facendo quel suono irritante che cento volte, nel mio libro, ho avuto il piacere di descrivere: «Ui… Ui…», sembra dire, con un filino sottile sottile di voce.

Non so cosa ci sia, in quel suono, che dà così sui nervi, ma anch’io, come ogni singolo abitante di Crapton e dintorni, nel sentirlo vengo preso dall’irrefrenabile voglia di prendere Jimmy a pugni.

Anzi…

Corro in cucina, afferro il frullatore ad immersione e torno in salotto.

Lui salta in piedi.

«Oddio no signor Tristone, il frullatore no!»

Io scoppio a ridere. Jimmy gattonava ancora, quando mamma Melody aveva preso l’abitudine di scaricare la rabbia su di lui a colpi di frullatore, ogni volta che non riusciva a montare la buttercream per i suoi rinomati cupcake. Era stato il primo strumento di tortura che Jimmy aveva conosciuto – fino ad allora erano stati solo calci e pugni – e il trauma infantile, il primo di una lunga serie, gli aveva lasciato una terribile fobia.

Penso che conoscerlo così profondamente è bellissimo: so come fargli male!

Lui retrocede con occhi allucinati, terrificato a morte. Ma non mi lascio certo intenerire: brandendolo alto sopra alla testa, gli vado incontro a frullatore acceso.

«Aaaaaahhhhhh», urla lui, disperato, buttandosi dalla finestra e facendo scoppiare il vetro.

«Tornatene in Nebraska!», gli urlo affacciandomi al buco, guardandolo correre disperato giù lungo la strada.

Quando sparisce in fondo alla via, tiro un sospiro di sollievo.

Mi guardo attorno e faccio qualche appunto mentale: bisognerà chiamare il vetraio e ordinare alla colf di disinfettare il divano. Ma, prima, sento il bisogno di sfogarmi un po’. Spengo il frullatore, mi siedo al computer e inizio a scrivere, pigiando rabbiosamente i tasti:

Capitolo 42

Ora che zio Bob scontava quattro ergastoli al Nebraska State Penitentiary di Lincoln, Jimmy sperava che la sua vita sarebbe migliorata almeno un pochino. E invece, quello del suo diciassettesimo compleanno fu di gran lunga l’anno più terribile – il più terribile fino a quel punto – nella sua tragica vita.

A causa del forte vento e della bassa pressione, ai minimi storici degli ultimi sessant’anni, la stagione dei tornado si preannunciava durissima, nel Nebraska meridionale…

*

Più tardi esco in giardino per dar da bere alle mie petunie.

A un certo punto sento un «Puf» e, come per magia, un signore vestito di rosso appare in mezzo al mio giardino.

«Oddio chi sei?», chiedo, scioccato da quell’apparizione magica, puntandogli istintivamente lo spruzzino addosso.

Lui mi viene incontro con un gran sorriso, mi porge la mano.

«Piacere, Alessandro Motta.»

«Tristano…», inizio io, confuso. «…Tristone», finisce lui. «Cavolo, sei proprio uguale uguale a come ti ho descritto!», dice con un largo sorriso.

«In che senso?», chiedo, poco amichevole.

Lui fa una risatina.

«Non l’hai ancora capito, eh?»

Io alzo le spalle. «Non so di cosa stia parlando», rispondo, amaro, rimettendomi ad annaffiare i miei fiori.

Lui mi lascia fare, si guarda attorno.

«Mannaggia che bella casa ti sei fatto», dice.

«Sì, non ho di che lamentarmi…», ribatto io.

«Angela dov’è?»

«È scesa in garage a mettere un po’ d’ordine», sospiro. «Senta, signor…»

«Motta», dice lui.

«Giusto. Senta, signor Motta, purtroppo non ho tempo per le sue farneticazioni: sto aspettando il mio editor.»

L’uomo ride.

«Che c’è da ridere?», gli chiedo scuotendo la testa.

«Ok, ascolta bene, Tristano: sorpresa sorpresa, anche tu, proprio come il tuo Jimmy, sei il personaggio di un libro… Anzi, di un racconto, per l’esattezza.»

Io lo guardo in faccia per un po’. «Seh, come no!», rispondo.

«…E io», spiega lui, «sono il tuo creatore.»

«Pfff», faccio. Con un gesto, lo invito ad andarsene. «Se ne vada subito dal mio giardino e stia attento a dove mette i piedi, piuttosto.»

«Non ci credi, eh?»

«Certo che non ci credo, visto che non è affatto vero.»

Lui mi appoggia una mano sulla spalla, io cerco di tirarmi indietro ma non ci riesco, sembra quasi che siamo incollati.

«Pensaci:» , mi dice, «hai il nome più ridicolo del mondo, vivi grazie alle emorroidi degli altri, ti succedono sempre stramberie…»

Io alzo le spalle, cerco di nascondergli l’ansia che sento salire dentro di me.

«… E un giorno, come per magia, incontri il protagonista del libro che stai scrivendo. Tutto questo perché la realtà del tuo mondo è plastica, qui posso farci succedere quello che mi pare e piace. Non ti è mai venuto il dubbio che ci fosse qualcosa di strano, in tutto ciò?»

Io lo squadro in silenzio, le sue parole mi inquietano. Il cuore batte forte, ma cerco di nascondere il mio stato d’animo, concentrandomi sulla rabbia e incanalandola tutta in uno sguardo di scherno.

«Ok, non ci credi», fa lui dopo un po’.

Io faccio un risatina. «Certo che no!», esclamo, «Perché sono tutte stronzate! La realtà è che sei solo un invidioso, perché io so scrivere e… e… e tu invece di sicuro non sei capace e fai schifo.»

Motta ride.

«Sì, sì, bravo…», dice. «In ogni caso,» aggiunge con un largo gesto della mano, «Tutto questo presto sparirà, in quanto stai per scoprire diverse cosette interessanti sulle persone che ti circondano.»

Io lo guardo con aria di sfida, le mani sui fianchi. «Ah sì?», faccio, poco amichevole.

«Già!», continua lui, «Tua moglie – sorpresa sorpresa – non solo ti tradisce, ma in realtà ti ha sposato soltanto per rubare i fondi dell’azienda, sono due anni che nasconde tutto quello che riesce ad arraffare nei Caraibi. Se non fossi così stupido, caro mio, ti saresti reso conto che la Farmaceutica Tristone è sull’orlo del fallimento. Fallirete, Tristano, e finirai pure agli arresti domiciliari per bancarotta fraudolenta, col braccialetto elettronico e quant’altro. I rimasugli dell’azienda, invece, se li spartiranno i cinesi, come cani affamati che danno addosso a una carogna.»

La testa mi gira. «Tsé, sono ricco di mio», ribatto acido, «Non me frega niente dell’azienda, le emorroidi mi hanno sempre fatto schifo comunque.»

Lui continua imperterrito: «Tuo padre rinverrà miracolosamente dall’ictus e ti diserederà, tua madre scapperà in Brasile col maestro di sci… Non ti resterà più nulla, Tristano, nulla di nulla.»

Mi punta una mano contro: «Solo la tua faccia da scemo, quella che credi sia tanto bella.»

«Pfff», faccio io. «Una cosa mi rimane e non me la puoi togliere.» Mi batto l’indice sulla testa: «il mio genio», spiego fiero.

Alessandro Motta scoppia in una risata talmente grassa che ha problemi di equilibrio, si aggrappa ai bouganville per tenersi in piedi.

«Il mio genio, il mio genio», dice scimmiottandomi. «Muah ahahah, fai troppo ridere Tristano, cavolo come mi sei venuto bene come personaggio!»

Io lo guardo stizzito. «Ridi, ridi pure… Il fatto rimane che io sto scrivendo il prossimo best seller, mentre i tuoi insulsi libercoli di sicuro non se li compra nessuno.»

L’uomo torna serio: «Il tuo libro fa cagare, Tristano», dice semplicemente, «Cinquanta capitoli di torture senza capo né coda, nulla più.»

«Cosa vuoi capirne te!», grido rabbioso, lanciandogli addosso lo spruzzino, «Tu non capisci un cazzo di scrittura!»

Tiro fuori il cellulare di tasca, glielo porgo. «Chiama il mio editor, forza! Sentiamo cosa ti dice lui, eh! Sai che me ne frega di papà, dei soldi, dell’azienda, di Angela e di tutto il resto… Io vivo per la scrittura!», annuncio deciso, battendomi un pugno sul cuore.

L’uomo scoppia di nuovo a ridere.

«Il tuo editor ti sta fregando, idiota!», dice quando si riprende, «Non hai notato nulla di strano? Ti parla di best seller, viene a trovarti ogni settimana e tu sei talmente scemo che ci caschi come un pivello e firmi un contratto di preacquisto a spese tue per trecentomila copie!»

Io mi sento come una caffettiera sul punto di scoppiare. «Ma ma ma ma ma…», balbetto. «…Ma che cazzo vuoi saperne tu di scrittura!», esplodo infine. «Guarda che il preacquisto è normale al giorno d’oggi eh! E… E… La casa editrice si occupa della distribuzione, della pubblicità… Fanno tutto loro, il preacquisto è solo una formalità e poi trecentomila copie spariscono subito quando la materia è buona. Guarda che il mio editor se ne intende, eh! Ignorante!»

Alessandro Motta alza le spalle. «Ah, non ho dubbi, che se ne intenda», dice con una risatina. «Infatti appena ha visto quella faccia da culo ha capito che aveva avuto la fortuna del secolo: trovare l’idiota rarissimo, il pollastro pieno di soldi che si crede un genio, l’unico scemo capace di firmare un contratto da suicidio senza battere ciglio.»

Io sono talmente arrabbiato che non riesco nemmeno a muovermi.

Lui alza una mano a palmo aperto in aria. «Questo», dice, «lo prendo io.»

Non capisco: «Eh?», faccio. Poi una finestra di casa esplode, e fuori vola il mio portatile, che, come un falco ammaestrato, viene a posarsi sulla mano dell’uomo.

«Oddio!», urlo barcollando all’indietro. Lui stringe il mio computer, non capisco più niente: «Ridammi quell’affare, mostro maledetto!», urlo accecato dall’orrore, buttandomi addosso a Motta.

Ma lui è più veloce di me: con forza sovrumana mi dà una computerata in faccia e mi manda a gambe all’aria contro la mia serra, che crolla scoppiando in mille pezzettini.

Tento di rialzarmi ma lui mi schiaccia a terra con un piede.

«Maledetto!», sibilo, «prenditi tutto ma non Vita di Jimmy… Quella è l’unica copia, bastardo!»

«Mi spiace Tristano», dice lui grave. «Hai avuto la tua occasione per redimerti: incontrare Jimmy sarebbe potuto essere il punto di svolta della tua vita, e invece ti sei mostrato solo essere quel pazzo psicopatico torturatore che tutti sospettavamo tu fossi.»

«Torturatore un cazzo…», sibilo tra i denti. «Vita di Jimmy serve a mostrare quanto è corrotto il mondo… Quanto siamo cattivi… È arte, cretino, non tortura… Tsé, ma che vuoi capirne, tu?»

«Sì, sì, arte… Ti ho dato una possibilità, ma hai scelto di assumere il ruolo del cattivo, in questa storia: ora, la logica della narrazione non lascia spazio che per una sola cosa.»

Io tento di divincolarmi.

«La vendetta», dice lui grave, stringendo il pugno davanti ai miei occhi.

«In quanto a Vita di Jimmy,» aggiunge, facendo roteare il mio portatile sulle dita, come il più grande fidget spinner del mondo, «lo finisco io.»

Il sangue mi si gela nelle vene: «Non ti permettere, maledetto!», gli urlo, agitandomi disperato sotto alla sua scarpa. «Jimmy è mio, mio soltanto!», grido, battendomi una mano forte sul petto, «Ridammi quel computer, pezzo di merda!» Tento di liberarmi in tutti i modi ma lui mi preme a terra; raschio la gola e gli sputo, ma lui piega la gravità e il catarro mi si spiaccica in faccia.

«Questo è un incubo!», urlo disperato, gli occhi coperti di espettorato, «Un incubo! Un incubo! Un incubo! Vattene viiiia maledetto, vattene viiiiiiiia!»

«Addio Tristano», dice lui, alzando il piede e voltandosi.

Mi dà le spalle, è ora o mai più: afferro una roncola tra i detriti della serra e gli salto addosso.

Mi blocco a mezz’aria, casco a terra con le mani sull’ano: un bruciore infinito mi dilania lo sfintere.

«Aaaaahhhhh… Cosa mi hai fatto?», grido contorcendomi a terra come un verme in agonia.

«Emorroidi strozzate croniche», spiega lui, senza voltarsi, «Incurabili.»

«Abituati», aggiunge, poi sparisce in una nuvoletta di vapore azzurrognolo.

Solo nel giardino distrutto, rimango un attimo ad ansimare a denti stretti, cercando di imparare almeno un pochino a tollerare questo nuovo, straziante dolore. Poi mi trascino a quattro zampe sull’erba, raggiungo il garage.

«Angela…», chiamo a bassa voce, tendendo una mano tremante verso l’ingresso.

Davanti c’è la Volvo grigia del mio editor. Tendo le orecchie stringendo le natiche, ci sono voci dentro: «Oddio facciamo veloce però eh! Se l’idiota ci becca son cazzi amari, eh!…Sì sì, toglile via, toglile via veloce che ho voglia!», dice Angela ansimando forte – rumore inconfondibile di una donna che copula.

Allora mi accascio a terra e scoppio in un pianto disperato: che ne sarà di me?

*

“Vita di Jimmy”, capitolo 43

Il gigantesco autotreno Peterbilt a diciotto ruote si muove lento lungo Commercial Street, con il lungo muso nero che luccica al sole e l’enorme silo d’acciaio ancorato sul rimorchio. Ai lati della cabina un’aquila, un alligatore e due bandiere a stelle e strisce: “Spirit of Louisiana“, dice la scritta aerografata sul cofano.

«Eccoci qui», annuncia Burt, il vecchio camionista con i grandi baffi bianchi e l’inconfondibile accento Cajun dell’Acadiana, dal vago carattere francese. Indica con la testa la gigantesca fragola di vetroresina, che fa mostra di sé in cima a un palo, davanti a un basso edificio beige che funge sia da municipio che da sede della polizia cittadina. «Quindici piedi,» spiega, «la fragola più grande del mondo. Costruita nel sessantasette per attirare i turisti, giocando sul nome della città. Sono i soldati della US Army che l’hanno chiamata così: quando sono arrivati qui, nel 1841, sulle colline dei dintorni c’erano grandi distese di fragole selvatiche.»

«Ah, speriamo di trovarne ancora qualcuna!», fa il ragazzo con una risata divertita, mentre il camion va a fermarsi sul bordo della strada, occupando, tra gli sbuffi e i cigolii dei freni pneumatici, una fila intera di cinque parcheggi per automobili. Uomo dalla memoria incredibile, collezionista incorreggibile di curiosità, Burt ha intrattenuto il ragazzo durante l’interminabile viaggio verso nord – mille miglia e cinque stati – con centinaia di storielle e dettagli di ogni tipo su tutti i minuscoli centri ai bordi della strada.

È stato un viaggio molto piacevole, per entrambi. Ora che è finito, i due si stringono la mano:

«Grazie Burt. Grazie del passaggio. È stato un piacere conoscerti, davvero.»

«Anche per me, Jimmy, anche per me…»

L’uomo punta l’indice verso il Frank’s diner, ristorantino rivestito in acciaio sul lato opposto della strada, proprio di fronte alla fragola. Lui la città la conosce bene: in tre mesi, è il terzo silo per il granturco che trasporta fin qui dalla fabbrica dei silo di Baton Rouge. «Ah, quello è il diner di cui ti parlavo,» spiega, «la meatloaf col puré è ottima davvero, non puoi trovare di meglio in tutta la contea.»

«Buona fortuna!», dice Jimmy saltando giù con lo zaino dall’immenso autotreno, il quale, ora che è fermo, sembra quasi fare le fusa.

«Anche a te!», risponde il camionista con un gesto di saluto;  poi riparte, facendo rombare il motore e lanciando in aria due nuvole gemelle di fumo nero. Jimmy lo osserva affrontare la difficile curva a sinistra su West Mission Street, ai limiti delle capacità di sterzo del mostro, poi si guarda attorno.

Non c’è nessuno in giro, la città sonnecchia: Strawberry Point, Iowa – milleduecento abitanti circondati dalle fattorie – Una tappa in più in cui fermarsi, nel suo viaggio attraverso l’America.

Per qualche ora o qualche mese: si vedrà.

*

Nel diner ci sono solamente una cameriera curva, che strofina lo straccio per terra, e un grassone seduto al tavolo in fondo, con caffè, copia del New York Post, telecomando e pila di ciambelle. Sul bancone, tra la soda fountain e una pubblicità vintage della Coca Cola, una grossa, vecchia radio passa classic rock: «95-KGGO,» spiega l’annunciatrice, prima di lanciare More than a feeling dei Boston, «da quarant’anni, il miglior rock.»

Jimmy si siede a un tavolo accanto alla finestra. Dall’altro lato della strada, la fragola in vetroresina sembra quasi sorridergli attraverso la vetrata.

«Wendy…», chiama l’uomo dal fondo della stanza, bevendo una golata di caffè.

«Eh?», fa la ragazza, alzando la testa dalle piastrelle bianconere.

«…Cliente», dice lui.

La cameriera si guarda attorno. «Oh!», fa, poi sgambetta veloce verso Jimmy.

Lui l’accoglie con un sorriso. «Ciao.»

«Ciao, che ti posso portare?», chiede lei. Ha i capelli rossastri, le orecchie a sventola e una simpatica faccia da topolino.

«Una cioccolata calda, grazie.»

«Ok! Con la panna?», fa la ragazza, «Qualcos’altro?»

Jimmy annuisce. «La panna la prendo volentieri. Nient’altro.»

Wendy va in cucina e Jimmy apre sul tavolo la sua gigantesca mappa Rand McNally degli Stati Uniti continentali: robusta e fatta per durare, ma ormai lisa e consumata. Quel paesino del Midwest ricorda tanto Crapton, eppure Jimmy nota, quasi sorpreso, che è sereno. È passato un anno ormai, da quando è partito da casa: un anno di peregrinazioni attraverso l’America, alla scoperta del mondo, delle persone e soprattutto di sé stesso. Ha fatto davvero di tutto, in quest’anno: spazzino nell’Idaho, passeggiacani nell’Arkansas, muratore nel Vermont, comparsa, ad Albuquerque, New Mexico, per una nota serie TV. Vicino a Philadelphia, in Pennsylvania, ha ridipinto la facciata di una chiesetta metodista, condividendo tutto, per un mese, con una comunità di neri che l’ha accolto come un figlio.

E se all’inizio temeva tutti, appariva goffo, insicuro e impacciato, col tempo ha imparato a rilassarsi un pochino. Con ogni tappa ha guadagnato un po’ di confidenza in sé stesso, e capito qualcosa di nuovo su come funziona il mondo: come rapportarsi agli altri, come giudicare il carattere di una persona.

Ora, si vedrà, pensa Jimmy: in tasca ha venti dollari e cinquanta cent, dopo la cioccolata si metterà alla ricerca di un lavoretto. Se non troverà nulla, pensa ora, ripartirà per il vicino Wisconsin: ha sentito dire che sono sempre alla ricerca di taglialegna, lassù, e che non c’è, in realtà, bisogno di essere muscolosi.

Wendy esce dalla cucina con due tazze di cioccolata fumante. «Posso farti compagnia?», chiede a Jimmy.

«Certo!», fa lui, ripiegando la sua carta.

«Frank, mi prendo cinque minuti di pausa», dice forte la ragazza.

L’uomo sta pucciando una ciambella nel caffè. «Che siano cinque, eh! E per quanto riguarda quella cioccolata, non ti aspetterai, spero proprio, che te la paghi io!»

Wendy fa rotolare gli occhi in uno sguardo esasperato. «La pago io, la pago io…», risponde con malcelata irritazione. Poi abbassa la voce: «…grassone odioso», aggiunge sottovoce tra sé e sé.

Jimmy le fa un sorrisetto, Wendy si siede di fronte a lui.

«Scusa, ma qui in paese facce nuove non se ne vedono mai. Per una volta che capita qualcuno che viene da fuori, due chiacchiere non me le perdo di sicuro. Di dove sei?»

Jimmy sospira. «Crapton, Nebraska.»

Wendy scoppia a ridere. «Crapton?», chiede, incredula, «Ma che nome di merda è?» Scuote la testa. «Mai sentito.»

«Buon per te», ribatte Jimmy amaro, bevendosi una golata di cioccolata. È ottima. «Mannaggia, buona questa cioccolata!», dice, ammirato.

«Buona, eh?», fa Wendy, tutta fiera, «Ricetta di mia nonna, lei sì che ci sapeva fare!»

«… E doppio cacao,» aggiunge sussurrando le parole e alzando per un secondo il dito medio contro il padrone del diner, «alla facciazza di quell’avarastro infame.»

Poi scuote la testa. «Che fai da queste parti? Sei venuto a vedere la famosissima fragola in vetroresina che il mondo intero ci invidia?»

Jimmy ride.

«No», spiega, «Sto girando l’America, passando da lavoretto a lavoretto. In Alabama ho conosciuto questo camionista, un tizio simpaticissimo, diretto a una fattoria in costruzione a qualche miglio da qui. Il nome della città mi ha colpito: Strawberry Point. Allora gli ho chiesto un passaggio, ed eccomi qui.»

«Giri l’America, eh?», fa lei.

Jimmy annuisce. «Sì, senza entrare nei dettagli, diciamo che a casa le cose andavano male, ma proprio male male… Stavo andando fuori di testa, in quel posto.»

Wendy annuisce, seria. «E così hai lasciato tutto e te ne sei andato?»

«Sì.»

«È stata dura, prendere la decisione?», chiede lei.

Jimmy sospira. «Un giorno ho fatto un incubo stranissimo, in cui scoprivo di essere il protagonista di un libro scritto da un pazzo psicopatico.»

Wendy ride. «Ah!»

«Poi mi sono svegliato nel cuore della notte e sono uscito nei campi. Abbiamo una fattoria.»

«Ok…»

«Mi sono seduto in mezzo alle pannocchie e mi sono messo a pensare.»

Jimmy beve un sorso di cioccolata. «Era proprio un sogno strano,» spiega, «vivissimo… Per un attimo, ho quasi pensato fosse vero.»

Wendy annuisce. «Quando tutto va male,» dice, lanciando un’occhiata verso il soffitto, «mi sa che è normale pensare che c’è qualcuno, lassù, che ce l’ha con te.»

«Già», fa Jimmy, «Suppongo sia proprio così.»

Wendy scuote la testa. «E poi cos’è successo?»

«E poi mi son detto: “Jimmy, ragazzo mio, hai diciassette anni e la tua vita è uno scherzo… Ridicolo per ridicolo, tanto vale buttarsi, no?”»

Wendy appoggia l’indice contro la superficie del tavolo. «Capisco cosa intendi.»

Jimmy alza le spalle. «E poi niente, sono partito, così com’ero, a piedi nudi. Ho iniziato a camminare, dritto davanti a me, senza nemmeno guardarmi indietro. Ho camminato tutta la notte, ho attraversato due contee. Ero sicuro che sarei morto, sicuro sicuro. All’alba sono arrivato all’interstatale e mi sono seduto sul bordo della strada a guardare le macchine.»

«E poi? E poi cos’è successo?», chiede Wendy, osservando il ragazzo con quei suoi occhioni da topolino sveglio.

Jimmy scuote la testa. «E poi, invece di investirmi mi hanno offerto un passaggio. Ho accettato, anche se ero sicuro che mi avrebbero portato da qualche parte per derubarmi, o violentarmi, o farmi chissà che altra cattiveria. E invece…»

«E invece?»

«…E invece ho scoperto che, una volta lasciato Crapton, il mondo non è poi così perdutamente malato. È un anno che giro: ho incontrato diverse personacce, ma anche moltissima gente per bene», conclude Jimmy. Scuote la testa: «Non so che cavolo c’era, nell’aria di quel posto…»

Si beve un bel sorso di cioccolata. «Tu piuttosto?», chiede a Wendy. «Come te la passi, a Strawberry Point, Iowa?»

«Pfff…», fa lei. «Mamma è scappata a Las Vegas col primo californiano che è passato di qui – un tizio che si era perso per strada – papà passa tutto il giorno in mutande a inveire contro la TV e io mi spacco la schiena dalla mattina alla sera in questo diner di merda, per quattro dollari l’ora più mance, sperando contro ogni logica che un giorno riesca magicamente a mettere assieme abbastanza soldi per andarmene da qui…»

«…il che è praticamente matematicamente impossibile», aggiunge, «Dulcis in fundo: sono allergica alle fragole, ne basta una piccola a coprirmi di orticaria.»

«Ohi», fa Jimmy mordendosi il labbro.

«Salute», conclude Wendy alzando la tazza di cioccolata in alto, come in un brindisi, per poi bersene una bella golata.

In quel momento alla radio parte un’intensa intro di piano.

Wendy abbatte la mano su quella di Jimmy. «Hey, la conosci questa canzone, sì?», chiede con occhi luccicanti.

«Sì,» risponde Jimmy, «papà l’ascoltava sempre.»

La ragazza si alza in fretta e aumenta il volume della radio.

«Just a small town girl… Livin’ in a lonely world…», canta, accompagnando Tom Perry con la sua voce squillante, un po’ stonata forse, ma piena di passione.

Jimmy si unisce a lei, strappandole un sorriso: «…She took the midnight train…», concludono entrambi, cantando all’unisono, «…going anywhere…», e scoppiano a ridere.

«Mannaggia Jimmy, io e te si dovrebbe scappare a Broadway… Guarda che diventiamo famosi!»

Jimmy ride, la faccia tra le mani: «Seh, come no?», fa, divertito.

«Wendy, abbassa quella robaccia!», grida Frank forte, dal suo tavolo in fondo, «Stanno per estrarre i numeri in TV e non sento un cazzo.»

Wendy sbuffa: «Ok, ok…», risponde, poco amichevole, riabbassando il volume.

«…rompicoglioni», aggiunge sottovoce tornando a sedersi di fronte a Jimmy. «Quant’è odioso, quant’è odioooso…», si sfoga a bassa voce, «Muovesse un po’ il culo, invece di pensare sempre alle sue lotterie! C’è questo jackpot incredibile alla lotteria dei Midwest Megamillions, è da un mese che non pensa ad altro. Questo posto sta andando in malora e tocca fare tutto a me.»

Jimmy le risponde con una smorfietta di compatimento e Wendy si beve un altro bel sorso di cioccolata. Poi si mette a filosofeggiare:

«Guarda, ti concedo che questa canzone è solo rock merdoso anni ottanta, e che va bene al massimo come colonna sonora in un film hollywoodiano di quarta categoria, come sfondo musicale per due giovinastri rimbambiti che scappano di casa correndo via mano nella mano, ma…»

Jimmy la invita a concludere: «Ma?»

«…Ma in realtà mi fa tanto venir voglia di andarmene. Vorrei avere lo stesso coraggio che hai avuto tu: lasciare tutto e via, senza un dollaro in tasca. Partire senza pensarci su: una nuova vita. Ciao Frank, ciao papà…»

«Ciao fragole…», aggiunge Jimmy.

«Esatto!», risponde Wendy, battendo il pugno sul tavolo. «Ciao trailer di terza mano in cui ho avuto il dispiacere di crescere… Ciao Strawberry High… Ciao Kimberley, stronzetta insopportabile che da quando hai fatto la reginetta al ballo dell’homecoming non ti degni neanche più di salutare…»

«Ciao Kimberley», concorda Jimmy con aria grave.

Bevono entrambi; poi Jimmy guarda fuori, e, per un secondo, gli sembra quasi che il fragolone in vetroresina stia cercando di dirgli qualcosa. «Ehi,» chiede, posando gli occhi su Wendy, «li vendono ancora i biglietti dei Megamillions

«Mmmhhh…», risponde lei, passandosi la mano sul mento, «Credo proprio di sì, da quanto ne so si possono comprare fino all’ultimo, basta che siano registrati al computer prima dell’estrazione. Perché?»

Jimmy alza le spalle. «Boh, oggi mi sento ottimista!», fa con un sorriso, alzandosi in piedi e finendo in fretta la sua cioccolata.

Wendy ride. «Ma sì dai, proviamo!», dice, alzandosi e buttando giù anche lei i resti della bevanda. Lancia un’occhiata all’orologio: «Mi sa che dobbiamo correre però. Li vendono alla stazione di servizio, giù all’ingresso del paese.»

«E se vinciamo?», chiede Jimmy.

«Partiamo!»

«Mmmhhh… E se perdiamo?»

«Partiamo lo stesso!», fa lei, stringendo i pugni eccitata.

Jimmy abbatte la tazza vuota sul tavolo.

«Dai!», dice.

«Wendy, i cinque minuti sono finiti», annuncia Frank dal fondo della sala, asciutto, morsicando l’ennesima ciambella. «Tempo di tornare al pavimento», aggiunge, con la bocca piena, «Forza.»

Jimmy lo indica col pollice.

«E con quello come facciamo?»

«Con quello?», fa Wendy, con aria decisa, rimboccandosi le maniche della blusa. «Adesso ti faccio vedere io, come facciamo con quello», dice, andando dritta verso il moccio, «Ti faccio vedere io!» Come una minuta lanciatrice del peso, si carica il recipiente dell’acqua sporca sulla spalla, prende la rincorsa e lo rovescia in testa all’uomo, facendolo cascare – bagnato come un pulcino – a gambe all’aria sul pavimento.

«Oddio…», blatera lui confuso, rotolandosi a occhi chiusi in mezzo a un lago di acqua grigiastra.

«Addio Frank!», gli urla Wendy gioiosa, buttandogli in faccia il grembiule, «Trovati un’altra schiava, stronzo maledetto!»

Poi Jimmy si carica lo zaino in spalla, Wendy alza il volume della radio al massimo, e i due si mettono a correre a perdifiato giù per Commercial Street, tenendosi per mano, accompagnati dalle parole dei Journey, arrivati all’ultimo ritornello:

Don’t stop believin’…

Hold on to the feelin’…

Yeah…

Streetlights… people…

Oh oh oh…

Don’t stop believin’…

Hold on…


Note a fondo pagina:

Strawberry Point, Iowa, esiste davvero, con tanto di maxifragola in vetroresina: a parte qualche licenza poetica (il diner, la stazione di servizio all’ingresso del paese e la presenza di una Strawberry High School), ho cercato di descriverla il più fedelmente possibile; anch’io, come Jimmy, sono stato ammaliato dal nome di questa minuscola città, incontrata girando per caso su Google Maps alla ricerca di una degna ambientazione per l’incontro con Wendy.

Per quanto riguarda Don’t stop believin’ dei Journey, si può ascoltare qui: personalmente, la considero la miglior colonna sonora – cheesy e cliché fino all’inverosimile – per scappare di casa in America – paese nella descrizione del quale mi sono divertito a infilare qualunque luogo comune conoscessi.

Grazie della lettura!

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